L'Abbazia della Santissima Trinità
L'Abbazia territoriale Santissima Trinità di Cava de' Tirreni, abbazia dei Monaci Benedettini, spesso è indicata semplicemente come Badia di Cava e così detta perché impiantata sotto una grotta. Fu fondata nel XI secolo ed elevata ad abbazia territoriale nel 1394.
Sorge nell'amena cornice della valle metelliana, a circa tre chilometri dalla città di Cava de' Tirreni (della quale fu costituì il nucleo iniziale) ed a poca distanza dalla Costiera Amalfitana.
Il fondatore della Badia di Cava fu San Alferio Pappacarbone, nobile salernitano di origine longobarda formatosi a Cluny, che nel 1011 si ritirò sotto la grande grotta Arsiccia per trascorrervi vita eremitica. La sua santità attrasse numerosi discepoli tanto da indurlo a costruire un piccolo monastero, il nucleo originale dell'odierna abbazia. Morì in età molto avanzata il 12 aprile 1050. 
I primi tre secoli di storia furono splendidi e si accompagnarono con la santità: i primi quattro abati sono stati riconosciuti santi dalla Chiesa (Alferio, Leone, Pietro e Costabile), altri otto beati (Simeone, Falcone, Marino, Benincasa, Pietro II, Balsamo, Leonardo, Leone II).
Tra di essi si distinse San Pietro I, nipote di Alferio, che ampliò notevolmente il monastero e fondò una potente congregazione monastica, l'Ordo Cavensis (Ordine di Cava), con centinaia di chiese e monasteri dipendenti sparsi in tutta l'Italia meridionale. In tal modo essa estese la sua influenza spirituale e temporale in tutto il Mezzogiorno d'Italia, grazie anche al favore dei principi salernitani che la fecero oggetto della loro benevolenza. Furono più di 3000 i monaci a cui San Pietro diede l'abito. Papa Urbano II, che lo aveva conosciuto a Cluny, nel 1092 visitò l'Abbazia e ne consacrò la basilica.
I principi e signori, oltre ad offrire feudi, beni e privilegi, donarono all'abbazia o la proprietà o il diritto di patronato su chiese e monasteri. I vescovi ambivano di avere nelle loro diocesi i Cavensi per il bene che vi operavano. I papi, oltre la conferma delle donazioni, concessero il privilegio dell'esenzione. In questo modo l'abate di Cava finì per avere una giurisdizione spirituale, dipendente solo dal Papa, sulle terre e sulle chiese di cui la Badia aveva la proprietà. Da parte sua Cava costituiva per i papi un caposaldo di cui potevano fidarsi pienamente, tanto da affidarle in custodia alcuni antipapi.
Il XIV secolo rappresenta per Cava dei Tirreni un periodo di ripiegamento su sé stessa. È particolarmente curata la difesa e l'amministrazione dei beni temporali, sono prodotte splendide opere d'arte, ma l'incidenza dell'azione spirituale e sociale della badia, anche a causa dei rivolgimenti politici, diminuisce sensibilmente.
Nel 1394 papa Bonifacio IX conferì il titolo di Città a Cava, elevandola in pari tempo a diocesi autonoma, con un proprio vescovo, che doveva però risiedere alla Badia, la cui chiesa venne dichiarata cattedrale della nuova diocesi. Il monastero, inoltre, non doveva più essere governato da un abate ma da un priore e la comunità dei monaci formava il capitolo della cattedrale.
Un nuovo rivolgimento la Badia lo vive nel 1431 quando l'Abate Mons. Angelotto Fusco fu elevato alla dignità cardinalizia e volle comunque ritenere in commenda, percependone le rendite, l'abbazia e la diocesi cavense. Iniziò, così, il periodo degli abati commendatari che portarono l'abbazia ad una grande decadenza, governandola da lontano tramite fiduciari interessati soprattutto alla diocesi ed all'amministrazione dei beni temporali.
La situazione si risolse quando l'ultimo commendatario unì la Badia di Cava alla Congregazione di S. Giustina da Padova (detta poi Cassinese). La riforma poneva a capo della badia non più un vescovo o un cardinale ma abati temporanei che fecero rifiorire la disciplina monastica e il culto delle scienze e delle arti.
Nel corso dei secoli XVI-XVIII l'abbazia fu rinnovata anche architettonicamente. L'abate D. Giulio De Palma ricostruì la chiesa, il seminario, il noviziato, e varie altre parti del monastero, ma rimangono ancora cospicui elementi medievali. Importante l'archivio, con circa 15000 pergamene dall'VIII al XIX secolo e la biblioteca che raccoglie, tra l'altro, preziosi manoscritti e incunaboli.
La soppressione napoleonica, per merito dell'abate D. Carlo Mazzacane, passò senza arrecare gravi danni alla badia: 25 monaci rimasero a guardia dello Stabilimento (tale fu il titolo dato all'abbazia) e il Mazzacane ne fu il Direttore. La restaurazione, dopo la caduta di Napoleone, portò a un rinnovamento dello spirito religioso.
In seguito alla legge di soppressione (7 luglio 1867), la Badia fu dichiarata "Monumento Nazionale" e affidata in custodia pro tempore alla comunità monastica salvandosi, in questo modo, dalla rovina a cui andarono incontro tante altre illustri abbazie italiane. 
Come Abbazia territoriale è stata ristrutturata dalla Santa Sede nel 1979: conserva la diocesi con 4 parrocchie e gestisce i santuari di Maria SS.Avvocata sopra Maiori, dell'Avvocatella in San Cesareo e di San Vincenzo Ferreri in Dragonea.
Nel 1867 fu istituito il Collegio "San Benedetto" e le scuole. Si cominciò con il Liceo Classico, pareggiato alle scuole governative nel 1894. A questo seguirono negli anni anche il Liceo Scientifico, le Medie Inferiori e le ultime classi delle Elementari.
Oltre ai collegiali, le scuole furono aperte a semiconvittori (studenti che pranzano e rimangono a studiare nel pomeriggio in appositi locali con l'aiuto di professori) ed esterni (frequentano solo le scuole). Dall'1985 la frequenza alle scuole è stata aperta anche alle studentesse.
I numerosi ex-alunni che occupano con onore posti elevati nella vita politica, amministrativa e professionale, attestano i lusinghieri risultati raggiunti dal collegio e dalle scuole in oltre un secolo di attività.
Il collegio e le scuole hanno sofferto la crisi della scuola cattolica italiana e così, dopo quasi un secolo e mezzo di storia, nel 1992 è stata chiusa la scuola elementare, successivamente nel 1994 la scuola media, nel 2002 è stato chiuso il glorioso Collegio, il Liceo Classico nel 2003. Per ultimo nel 2005 è stato chiuso anche il Liceo Scientifico.
Durante i secoli della sua storia, l'abbazia si è arricchita di molte opere d'arte di epoche diverse: edifici, affreschi, mosaici, sarcofagi, sculture, quadri, codici miniati e oggetti preziosi. In particolare:
- la Basilica, costruita nel XI secolo dall'abate S.Pietro e consacrate dal Papa Urbano II il 5 settembre 1092, fu completamente ricostruita nel XVIII secolo su disegno di Giovanni del Gaizo. Dell'antica basilica restano l'ambone cosmatesco del XII secolo e la Cappella dei SS. Padri, ristrutturata e rivestita di marmi policromi nel 1641
- le Cappelle dell'antica basilica dei quali si segnala il paliotto marmoreo del XI secolo, le sculture di Tino di Camaino ed il pavimento in maiolica del XV secolo
- il Chiostro del XIII secolo, situato sotto la roccia incombente, su colonnine binate di marmi vari con capitelli romanici e archi rialzati
- la Sala del Capitolo Antico adiacente al Chiosto, gotica, del XIII secolo, accoglie sarcofagi ed affreschi di epoche diverse
- il Cimitero longobardo, una cripta del XII secolo su colonne del IX-X secolo e pilastri cilindrici in muratura, di effetto assai suggestivo e la Cappella di S.Germano del 1280.
- il Capitolo, una sala con elementi diversi: schienali lignei del 1540, affreschi alle pareti del 1642, pavimento in piastrelle maiolicate del 1777, soffitto del 1940 affrescato dal monaco don Raffaele Stramondo
La Basilica
Nel 1025 S. Alferio aveva già costruito la sua chiesa, che aveva una sola navata. Questa nel 1092 fu ampliata e trasformata in basilica a più navate da S.Pietro I abate. L'attuale basilica sorse invece nel 1761 per iniziativa dell'abate D. Giulio De Palma e su disegno dell'architetto Giovanni del Gaizo, il quale, qualche anno dopo, progettò anche la facciata. Vi fu un tentativo di bloccare i lavori, ma i monaci seppero blandire Carlo di Borbone sostenendo che "... le povere parrocchie di Cava avevano chiese migliori che non ha il monastero tanto ricco di rendite". Nel 1778, la nuova chiesa era pronta. Seguendo i criteri dell'epoca, la vecchia basilica venne abbattuta, ad eccezione della cappella dei SS. Padri e delle fondamenta, che furono rinforzate. L'interno della basilica, specialmente dopo il moderno rivestimento delle pareti e la pavimentazione con marmi policromi, è luminoso ed armonico. La prima cosa che attira l'attenzione del visitatore della basilica è l'ambone con mosaico del secolo XII, recentemente ricostruito. E' molto probabile che sia un dono del re di Sicilia Ruggiero II, il quale volle che la regina Sibilla, sua seconda moglie morta a Salerno nel 1150, fosse seppellita nella chiesa della badia e le fosse edificata una magnifica tomba ornata di mosaici, di cui si conserva solo il sarcofago. Il seppellimento nella chiesa o nel cimitero della badia era ordinariamente accompagnato ad una donazione. Dell'antica basilica, oltre all'ambone, resta ancora, in fondo alla navata destra, la "Cappella dei SS. Padri", ristrutturata e rivestita di marmi policromi (mosaici fiorentini) nel 1641. Subito dopo la balaustra, prima della cappella seicentesca, si notano sulle pareti quattro statue marmoree, notevoli quelle cinquecentesche di S. Felicita e di S. Matteo. Procedendo, a destra è la cella grotta di S. Alferio con l'urna che ne custodisce le reliquie e resti di affreschi parietali del XIV secolo; a sinistra è l'altare di S. Leone con la sua urna e, sulla parete, altre reliquie di santi; di fronte l'altare del SS. Sacramento con l'urna contenente le reliquie di S. Costabile. Gli affreschi della basilica sono opera del pittore calabrese Vincenzo Morani, che nel 1857 vi rappresentò: sulla volta del coro "S. Alferio in contemplazione della SS. Trinità"; nella cupola una visione dell'Apocalisse, cioè l'"Adorazione del Redentore"; nel transetto a destra la "Morte di S. Benedetto" con altre scene della sua vita e santi e sante benedettini; a sinistra la "Resurrezione" con profeti ed apostoli. Il suo capolavoro però è la tela della "Deposizione dalla croce", che si trova sull'altare del transetto a sinistra. Sono da notare inoltre il quadro del primo altare a destra dell'ingresso rappresentante "S. Mauro" di Achille Guerra, il trecentesco altorilievo della Madonna con Bambino tra San Benedetto e Sant'Alferio, opera di Tino da Camaino, la porta del battistero (sec. XVI) a sinistra e il portale marmoreo con la bellissima porta cinquecentesca della sagrestia. Sotto i 12 altari della basilica sono deposte le reliquie dei 12 abati santi o beati della badia. Nel paliotto è inserita una lastra di marmo dell'XI secolo. Accanto alla chiesa è da segnalare la fontana realizzata nel 1772 da Tommaso Liguoro.
IL CHIOSTRO
Nel poco spazio esistente fra la grotta Arsiccia e il ruscello Selano non si è potuto creare un chiostro proporzionato alla grandiosità del monastero. In compenso il piccolo chiostro dei secoli XI-XIII è la parte più suggestiva e caratteristica della badia. Un muro romano, ancora in piedi in questa parte più profonda della grotta, dimostra l'esistenza di costruzioni anteriori alla venuta di Alferio. La piccola scultura del fauno, rinvenuta qui, in un muro che delimitava una porzione della grotta, è forse segno di un culto pagano esercitato nella grande spelonca. Il piccolo chiostro ha subìto diverse manomissioni, ma nella sua struttura fondamentale è stato messo in relazione con i coevi chiostri amalfitani e con quelli del San Domenico di Salerno e di Santa Sofia a Benevento, spartiti in quadrifore con archi a ferro di cavallo che testimoniano influenze musulmane. Adiacente al chiostrino è la grande sala del Capitolo del secolo XIII. In essa sono sistemati alcuni pregevoli sarcofagi romani, attribuiti per lo più al III secolo d.C. Essi furono inviati qui da illustri personaggi per esservi seppelliti.
IL MUSEO
La splendida sala del sec. XIII adibita a museo è stata una scoperta avvenuta dopo la seconda guerra mondiale, grazie ad un saggio fortuito che rilevò l'esistenza di un capitello sulle pareti e, successivamente, delle colonne e di tutta la struttura della sala. La volta è stata rifatta perché irreparabilmente lesionata; le finestre originali non si sono potute ricostruire perché mancavano gli elementi, ma tutto il resto conserva la sua originalità. Era parte di un palazzo, distinto dal monastero e adibito a foresteria. Un'altra sala dello stesso palazzo di dimensioni quasi uguali e adiacente alla prima dalla parte occidentale, crollò all'inizio di questo secolo, ma al piano terra resta ancora l'immenso salone su cui le due sale erano edificate. Tra le opere custoditevi: una Madonna con Santi, tavola senese del XV secolo; un Cofanetto d'avorio dell'XI secolo; un Polittico di scuola raffaellesca, attribuito ad Andrea Sabatini; tele di numerosi pittori caravaggeschi; numerosi reperti archeologici; una Collezione di monete, completa ed ordinata delle Zecche longobarde e normanne di Salerno; maioliche abruzzesi e vietresi; codici miniati.
LA BIBLIOTECA
L'archivio della Badia è molto importante. Nelle due elegantissime sale della fine del secolo diciottesimo sono contenuti preziosi manoscritti pergamenacei e cartacei, più di quindicimila pergamene, di cui la più antica è del 792 d. c., e un considerevole numero di documenti cartacei. Ciò ha richiamato l'attenzione di numerosi studiosi provenienti da ogni parte. Dei codici (manoscritti in pergamena) esiste un catalogo completo a stampa ancora disponibile; presto sarà approntato anche il catalogo dei manoscritti cartacei. Tra i codici più famosi ricordiamo la Bibblia visigotica del secolo IX, il Codex Legum Longobardorum (Codice di leggi longobarde) del secolo XI, le Etymologiae di Isidoro del secolo VIII e il De Temporibus del Ven. Beda del secolo XI, ai cui margini i monaci annotarono gli avvenimenti più importanti della badia e del mondo contemporaneo. Tali note marginali costituiscono gli Annales Cavenses più volte pubblicati. Quanto alle pergamene, i documenti privati sono ordinati in ordine cronologico e sistemati nella sala diplomatica in arche di cui ciascuna contiene 120 pergamene. I documenti pubblici (bolle papali o vescovili, diplomi di imperatori, re e signori feudali) si trovano invece nell'arca magna in numero di oltre settecento, ordinati anche essi cronologicamente. La consultazione è resa facile agli studiosi da un Regestum Pergamenarum, manoscritto di otto volumi in folio compilato da monaci nel secolo scorso. Vi si trova il riassunto di tutte le pergamene con l'indicazione dell'arca in cui sono contenute. I documenti già pubblicati nel Codex Diplomaticus Cavensis appartengono agli anni 792-1080 e sono esattamente 1669.
La Biblioteca della Badia possiede oltre 40.000 volumi con numerosi incunaboli e importanti cinquecentine. I volumi sono catalogati e sistemati in tre sale. Le scienze più rappresentate sono la Patristica, la Teologia, il Diritto e, soprattutto, la storia. Un catalogo per autori ne facilita la consultazione.
La Disfida
Al finire del XIII secolo, l'intero territorio cavese, per la consistente crescita dei casali che lo componevano, venne suddiviso in quattro Distretti: Sant'Adiutore, Mitiliano, Corpo di Cava e Pasculano. Il 7 agosto 1394 la terra della Cava, con Bolla di Papa Bonifacio IX, venne elevata all'alto rango di Città.
Ogni primavera nell'anima dei cavesi si risveglia la fede e la virtù guerriera, entrambe riconducibili ad eventi realmente accaduti nel corso dei secoli passati.
L'evento di fede, denominato "La Festa di Castello", puntualmente rivissuto sin dal 1657, ricorda il contagio della peste, principiato nella Città della Cava il 25 maggio 1656, giorno dell'Ascensione. Il "male" finì dopo la pia processione del Corpus Domini, svolta dal Casale della SS. Annunziata al terrazzo superiore di Monte Castello.
Il momento dal sapore guerriero, "La Disfida dei Trombonieri", trae origine, invece, dai fatti vissuti dal popolo cavese nel mese di luglio ed agosto del 1460.
Cinquecento militi cavesi accorsero spontaneamente in aiuto del Re Ferdinando I d'Aragona, che stava per essere sovrastato dal re Giovanni d'Angiò, intento a sovvertire le sorti del regno aragonese.
I cavesi, guidati dai fratelli Longo, attaccarono il nemico dalla montagna che dominava la località Foce. Il combattimento, che si protrasse fino al giorno successivo, decretò la salvezza del regno aragonese, avendo il nemico abbandonato il campo di battaglia.
Gli Angioini, per vendicarsi dell'affronto subito, attaccarono la città di Cava, alla quale il re Ferdinando dovette inviare dei soccorsi attraverso Amalfi. Il 31 luglio 1460, poi, il re, per esprimere la sua incommensurabile gratitudine, mandò all'"Università de La Cava" una lettera nella quale si dichiarava disposto ad esaudire tutte le richieste effettuate dagli amici cavesi.
Più tardi, il 4 settembre 1460, non avendo Cava avanzato alcuna pretesa, il sovrano d'Aragona consegnò nelle mani dell'allora sindaco di Cava, Onofrio Scannapieco, una seconda lettera, in cui riconfermava la sua grande fiducia. Inoltre, diede al suo illustre concittadino una pergamena in bianco, con i sigilli e la firma del monarca, affinché i cavesi gli richiedessero tutto ciò che fosse loro gradito. Di nuovo i cavesi rifiutarono e la lettera è conservata tuttora in bianco nel Palazzo della città. Proprio la Pergamena Bianca è l'ambito premio della Disfida dei Trombonieri. 
E' questa una manifestazione che vede competere gli otto Gruppi Trombonieri appartenenti ai quattro Distretti, e che ogni anno richiama un gran numero di spettatori, cavesi e non, che accorrono per condividere con gli abitanti tutti la gioia della rievocazione del grande momento storico.
In ricordo di tanto, i Trombonieri di Cava de' Tirreni, nel corso del primo fine settimana del mese di luglio, suddivisi negli antichi quattro Distretti, in rappresentanza degli otto Casali (Sant'Anna, Sant'Anna all'Oliveto, Monte Castello, Borgo Scacciaventi-Croce, Santissimo Sacramento, Filangieri, Senatore e Santa Maria Del Rovo), ammantati dai colori dei due Gruppi di sbandieratori (Cavensi e Città de la Cava) e da quelli del Gruppo "I Cavalieri della Pergamena Bianca", (partecipano circa mille, milleduecento figuranti con sfarzosi costumi rinascimentali) si cimentano in una pacifica Disfida di fuoco, una gara di tiro con il trombone, sorta di antico archibugio con la canna più svasata, che lo fa assomigliare allo strumento musicale.
Dopo il corteo storico in costume per le vie della città, allietato dalle acrobazie degli sbandieratori, i Trombonieri si avviano allo stadio comunale "Simonetta Lamberti", nel quale si svolge la gara. Una giuria di esperti valuta la velocità di caricamento, la precisione e lo stile. Il Casale vincitore si aggiudica l'onore di custodire, fino all'edizione successiva, la leggendaria "Pergamena Bianca".
I Distretti e i Casali:
- Distretto Corpo di Cava: Casale SS.Sacramento e Casale Filangieri
- Distretto Pasculano: Casale Senatore e Casale Santa Maria del Rovo
- Distretto Mitiliano: Casale Borgo Scacciaventi - Croce
- Distretto Sant'Adiutore: Casale Sant'Anna e Casale Sant'Anna all'Oliveto
Albo d'oro:
|
Casale Senatore |
1974 - 1975 - 1980 -1983* - 1985 - 1986 - 1987 - 1988 - 1989 - 1991 - 1992 - 1993 - 1995 - 2003 - 2004 |
|
Casale Santa Maria del Rovo
|
1977 - 1979 -1983* - 1985* -1986* - 1987 - 1989* - 1994 -1996 -1997 |
|
Casale SS.Sacramento |
1978 - 1986* - 1987* - 1990 -1998 -1999 -2002 |
|
Casale Filangieri |
1986* -1987* -1990* - 2000
|
|
Casale Borgo Scaciaventi Croce |
1987* - 1989* |
|
Casale Sant'Anna all'Oliveto |
1984* |
|
Casale Sant'Anna |
1984* - 2005 - 2006 -2007 |
|
* ex aequo |
|
La Storia
"Giungemmo quindi a una gola alpestre, che abbiamo attraversato di volo, trottando sopra una via ben battuta, al piede dei più pittoreschi gruppi di boschi e di rocce. Infine, giunti presso Cava de' Tirreni, Kniepp non seppe resistere dal buttar giù il contorno netto e caratteristico d'una montagna stupenda, che spiccava mirabilmente nel cielo di fronte a noi, oltre al paesaggio che dai lati e dal basso chiudeva la montagna. Ne siam rimasti tutt'e due soddisfatti, come d'un buon principio per il nostro accordo." (Johann Wolfgang von Goethe)
Anticamente conosciuta come Città de la Cava, il nome di Cava de' Tirreni fu attribuito il 23 ottobre 1862 da Sua Maestà Vittorio Emanuele II, col Regio Decreto n. 935.
Poiché le coste del Golfo di Salerno erano spesso saccheggiate da predoni del mare, i primi abitanti della valle furono coloro che si ritirarono nell'entroterra, per sottrarsi alle frequenti scorrerie, stabilendo le prime dimore. Anche alcune famiglie patrizie romane, tra le quali quella del console Metello (da cui discende la denominazione di "valle metelliana"), soggiornavano nella valle di Cava.
Nel periodo romano la città si divideva in tre distretti: Mitilianus (l'odierna San Cesareo), che prendeva probabilmente il nome dal console romano Quinto Cecilio Metello, che qui costruì la sua villa, o forse dalla fertilità della zona (in latino mitilis-is = "fertile"), o ancora dalla presenza dei mitili sulla costa (ai tempi il distretto comprendeva anche Vietri sul Mare e Cetara); <em>Pasculanum</em> (l'odierna Passiano), che prende il nome dalla vocazione agreste della zona, adibita a pascoli per ovini;<em> Priatus</em> (l'odierna Pregiato), così chiamata perchè vi sorgeva un forte (dal latino <em>praesidiatus</em>, "fortificato").</p> <p style="text-align: justify;">Nel 445 d.C., nella vallata cavese arrivò Adiutore, uno dei dieci vescovi cacciati dall'Africa dai Vandali: c'è chi dice che Adiutore abbia eretto la propria casa nella valle, ereggendovi anche la prima chiesa sul colle dove oggi sorge il Castello, mentre altri sostengono che si fosse accasato ad Aversa (nel paese di Santo Aitorio) o a Benevento, e che solo in un secondo momento sia andato a predicare a Cava.</p>
<p style="text-align: justify;">Al periodo imperiale successero tempi di invasioni barbariche e di miseria; Cava pare sparire dalla faccia della terra, per poi ricomparire solo nel 700 d.C. in un inventario salernitano, che la divideva nei due dipartimenti di Vetere (l'odierna Vietri Sul Mare) e Mitiliano: si ritiene che la città sia stata distrutta dai Goti di Alarico nel 409 d.C. o da Genserico circa mezzo secolo più tardi. Più verosimile, tuttavia, pare ci sia stato un abbandono della zona a seguito di forti piogge, che probabilmente provocarono frane e smottamenti, alle quali la vallata è soggetta tutt'oggi. Alla fine del IX-X secolo, i Longobardi, edificarono il Castello di Sant'Adiutore alla sommità di Monte Castello.
Oltre al castello, purtroppo distrutto da bombardamenti alleati nel corso della seconda guerra mondiale e di cui oggi rimane una ricostruzione post-bellica, numerose sono le testimonianze di questo periodo presenti sul territorio metelliano: i Longobardi, infatti, disseminarono la vallata di torri, indispensabili per la pratica della tradizionale caccia ai colombi, attività sportiva mantenuta nelle abitudini dei Cavesi fino alla prima metà del XX secolo.
Agli inizi dell'XI secolo alle falde del Monte Finestra si riunì un primo nucleo di monaci, attirati in quel luogo dalla fama di santità di un nobile longobardo, Alferio Pappacarbone, che vi si era ritirato per vivere in contemplazione e in preghiera.
Ebbe così origine l'Abbazia Benedettina della SS. Trinità, La Badia, che divenne uno dei centri religiosi e culturali più vivi dell'Italia Meridionale, consacrata nel 1092 da Papa Urbano II: lungo il percorso che portava all'Abbazia, il pontefice, nell'attuale località della Pietrasanta, scese da cavallo e, togliendosi i calzari, invitò quanti lo seguivano a fare altrettanto, affermando che la terra sulla quale stavano camminando era sacra. Sul luogo venne realizzata una chiesetta, nella quale è custodita la roccia su cui si sedette il Sommo Pontefice. 
Con il passare del tempo, i possedimenti territoriali dell'Abbazia andarono crescendo, grazie alle continue donazioni, mentre la relativa tranquillità in cui potevano vivere gli abitanti della vallata portava ad uno sviluppo delle attività artigianali e commerciali.
L'autonomia dal dominio abbaziale fu una lenta conquista, non scevra da momenti di tensione. In epoca angioina i Cavesi, dato il leggero carico fiscale da pagare ai feudatari benedettini della Badia, erano liberi di vendere o barattare i propri prodotti: questo favorì l'ascesa di un ceto borghese dedito alle arti e ai mestieri che la farà da padrone nei secoli a venire.
Grazie anche a Vietri e Cetara, Cava disponeva di uno sbocco al mare che permetteva traffici anche con altri paesi europei, mettendo la città in aperto conflitto con Amalfi.
I mercanti cavesi si affermarono economicamente a Napoli, divenuta capitale: alcuni rivestirono importanti incarichi in ambito giuridico-amministrativo e si fecero apprezzare come maestri di arte muraria, la cui fama andò via via accrescendosi.
Nel 1394 il papa Bonifacio IX eresse Cava a Città e affidò la nuova diocesi a un vescovo che sarebbe stato anche abate. Solo nel 1513 Cava ottenne l'episcopato autonomo.
Il periodo tra queste due date fu ricco di avvenimenti per la città, nello sforzo di conquistare una sempre maggiore autonomia.
Cava era diventata una città florida per i traffici commerciali e per l'industriosità dei suoi abitanti, che eccellevano nella tessitura e nell'arte muraria. Gli architetti e gli ingegneri cavesi lavoravano alle principali opere pubbliche e private nel Meridione d'Italia ed oltre.
Gradualmente, il centro amministrativo della città si spostò dal Corpo di Cava, villaggio fortificato nelle immediate vicinanze della Badia, al Borgo Scacciaventi. 
Gran parte della popolazione viveva nei casali, a volte difficilmente raggiungibili, estendendosi allora il territorio fino a Cetara (Vietri, Cetara ed altri casali minori si staccarono da Cava nel 1806). Ci si recava al Borgo Scacciaventi per il commercio e gli affari. Le famiglie più facoltose cominciarono ad edificare al Borgo i loro palazzi, il commerciante e l'artigiano cominciarono a trovare opportuno costruire un'abitazione sulla bottega, che si arricchiva del portico avanti, a protezione delle merci.
"La Cava" non aveva un esercito regolare, ma era una città armata: pur non avendo caserme, graduati di truppa e ufficiali, e non splendendo nemmeno un ducato, tranne il soldo e l'armamento delle guarnigioni stabili del Castello, del Corpo di Cava, di Vietri, di Cetara, poteva in poche ore avere a disposizione varie migliaia di armati. Bastava che suonassero a stormo le campane delle 55 chiese, annunzianti Hannibal ad portas, che quanti ne avevano la capacità (contadini, artigiani, mercanti e curiali), si armassero e rispondessero all'appello con spirito guerriero. Scendevano dai 57 Casali, guidati da uno o due "Capodieci", e centro di raccolta era la Chiesa di San Giacomo, nel Borgo Scacciaventi.
Intorno all'anno 1460, La Città della Cava fu teatro di un evento storico assai importante per l'epoca, quando il re Ferdinando D'Aragona, che all'epoca regnava sui territori di Napoli, cadde vittima di un imboscata ad opera degli Angioini nei pressi dei monti di Sarno. Gli abitanti di Cava, saputa la notizia e capeggiati dai Capitani Giosuè e Marino Longo, si armarono in fretta e furia alla meglio, con forconi, altri oggetti di fortuna e armi vere e proprie, e giunti in prossimità del luogo dell'imboscata attaccarono gli Angioini, che sorpresi dall'accaduto e non potendo determinare l'entità dell'attacco furono costretti ad arretrare concedendo a re Ferdinando D'Aragona la possibilità di aprirsi una via di fuga verso Napoli. Riconoscente per il coraggio dimostrato ed il servizio reso, il re inviò al sindaco Onofrio Scannapieco una Pergamena Bianca, su cui la città avrebbe potuto indicare ogni sorta di richiesta.
La Pergamena fu lasciata bianca, ed il re insignì l'intera città del titolo di "Fedelissima".
Essa è tuttora conservata, intatta e vergine come nel lontano 1460, nel Palazzo di Città, ed è l'ambito premio della manifestazione folkloristica denominata "Disfida dei Trombonieri".
Un elemento significativo della storia di Cava fu il suo essere città demaniale, e i suoi abitanti per secoli difesero fermamente e orgogliosamente questo carattere di demanialità, pur dovendo districarsi fra l'esosità del fisco e fra vari pericoli, che mettevano in forse anche l'incolumità dei suoi abitanti. Fra essi ebbero un peso notevole la minaccia della pirateria, che costringeva la città ad un continuo stato di all'erta e a continue spese per la difesa della costa (malgrado ciò, Cetara e Vietri vissero il dramma del saccheggio e del rapimento degli abitanti), e l'imperversare delle epidemie: è rimasta tristemente famosa la pestilenza del 1656, che decimò la popolazione.
Nel 1799 Cava mantenne fede al suo titolo di "Fedelissima" schierandosi contro la Rivoluzione Napoletana e affrontando le milizie francesi: questa presa di posizione costò molto alla città, che dovette subire uccisioni, saccheggi, inaudite violenze.
Nel corso dell'Ottocento la floridezza della città fu colpita da una profonda crisi, in quanto la produzione tessile, che fino ad allora era stata uno dei cardini dell'economia cavese, fu messa in ginocchio dall'introduzione delle "macchine" nelle fabbriche impiantate a Salerno. A risollevare la popolazione dalla miseria in cui era caduta fu la coltivazione e la lavorazione del tabacco.
Tra la fine dell'Ottocento e il principio del Novecento Cava vide consolidata la sua fama di centro di villeggiatura, attirando per la bellezza del paesaggio, eternata dal pennello degli artisti della cosiddetta Scuola di Posillipo, e per la salubrità del clima. La città cambia volto, viene costruito un teatro, vengono creati viali alberati, nuove strade e un "giardino delle delizie" abbellisce il centro urbano.
Nel 1943 anche Cava conobbe l'orrore dei bombardamenti, vide le sue strade attraversate dai carri armati e vari ponti distrutti (compreso, anche se per fortuna solo parzialmente, il cinquecentesco ponte di San Francesco), visse momenti di tragedia e di sangue. Circa seimila civili trovarono rifugio nell'Abbazia Benedettina e si temette per la vita dell'Abate e del Vescovo di Cava, tratti in arresto dai tedeschi. Nel 1944, rifulse, dopo tanto orrore, la figura di Mamma Lucia, un'umile straordinaria donna al secolo Lucia Apicella, che, dedicandosi con materna pietà alla ricerca delle salme dei Caduti rimaste insepolte, contribuì in modo notevole alla pace e alla riconciliazione fra i popoli.
Nell'ansia della ricostruzione e per far fronte alle nuove esigenze abitative, alcune delle caratteristiche del paesaggio cavese sono andate perdute. Oggi si sta cercando di ritrovare un equilibrio tra urbanizzazione e ambiente naturale, per tutelare quanto è rimasto delle bellezze paesaggistiche e riscoprire la vocazione turistica di Cava. Si è dato inoltre impulso alla rivitalizzazione del centro storico e alla riscoperta e rivalutazione dell'artigianato locale, in particolare della ceramica.
La festa di Montecastello
Una delle più importanti manifestazioni religiose e folkloristiche della città di Cava de' Tirreni, e sicuramente fra le più sentite, è la "Festa di Montecastello".
Essa ha luogo ogni anno dal lontano 1656, anno in cui la città e la popolazione cavese furono devastate da una cruenta pestilenza.
La mortale malattia fu introdotta nella città di Napoli da una nave di soldati spagnoli provenienti dalla Sardegna, dove era già apparsa nel 1650, e si diffuse poi in tutto il Regno. A Cava il morbo fece migliaia di vittime e fu una vera calamità: dal 20 maggio al 6 luglio si contarono 109 morti.
In quel frangente i cadaveri furono seppelliti nelle campagne e non nelle chiese, per evitare che il morbo contagiasse i sopravvissuti. Continue furono le invocazioni fatte ai Santi per scongiurare quello che era il male del tempo.
La tradizione racconta che si riuscì a domare il flagello grazie al pellegrinaggio fatto dal popolo cavese, ormai in ginocchio, per venerare il Santissimo della Cappella esistente fra le mura del castello di S.Adiutore, sul Monte Castello, collina che sovrasta la vallata metelliana, con la Sacra Ostia che fu esposta, ad opera dell'unico prete sopravvissuto, nei 4 lati della terrazza del fortilizio a benedire la città. I Cavesi erano armati di pistoni (gli archibugi del tempo), di cui ciascun cittadino era fornito, dal momento che ognuno doveva essere pronto ad accorrere alle armi non appena la campana di San Liberatore avesse suonato a martello.
L'epidemia finì ed i cavesi, devoti, di anno in anno, nei secoli, rinnovano la processione in segno di gratitudine per la grazia ricevuta. Uno dei principali simboli della Festa di Montecastello è costituito dal pistone: un'arma del XVI secolo (conosciuta anche come archibugio). L'arma, nei secoli, ha perso la sua identità come strumento di guerra diventando invece strumento di "gioia": i cavesi sono soliti esplodere colpi a salve dal Monte Castello per celebrare la Festa e la cessazione della pestilenza. Fino a pochi anni fa la tradizione imponeva alle donne di scendere a valle all'ora di pranzo per evitare che la pioggia rovinasse i festeggiamenti.
Accanto all'aspetto religioso, nel corso degli anni, la festa si è arricchita di avvenimenti folkloristici: il Castello viene illuminato con tante piccole luci e, per ricordare la devozione dei Cavesi verso il Corpo di Cristo che li salvò dalla pestilenza, accanto al Castello, viene istallata una grande luminaria, il "Santissimo Sacramento". Ci sono, poi, i gruppi pistonieri (o anche trombonieri) ed i gruppi sbandieratori, che con le loro divise d'epoca ed i giochi di bandiera rallegrano le giornate della Festa. Un altro appuntamento fisso della Festa è rappresentato dalla rievocazione storica della tragica pestilenza in costumi d'epoca. Le celebrazioni sono concluse ogni anno con un grandioso spettacolo pirotecnico dal Monte Castello, tanto caro ai cavesi da far accrescere il valore di una casa per il solo fatto di avere la giusta esposizione verso il Monte. Non ultimo, l'aspetto culinario con alcuni piatti tipici che le famiglie cavesi sono solite consumare durante la Festa: milza, soppressata, melanzane con la cioccolata, pastiera di maccheroni (la frittata di pasta napoletana) e, naturalmente, buon vino.
La tradizione vuole che i festeggiamenti inizino il giovedì con la celebrazione della Santa Messa nel Castello di Sant'Adiutore e la Processione Eucaristica dalla Chiesa della Santissima Annunziata al Castello. Il giorno successivo la Processione degli appestati che attraversa il corso della città fino a giungere in piazza Duomo o in piazza San Francesco. Il sabato i gruppi di Trombonieri dei quattro distretti di Cava, per un totale di otto squadre rappresentanti i casali, accompagnati dagli Sbandieratori, Cavensi e Città de la Cava, sfilano in Corso Umberto I fino a giungere in piazza Duomo per la Benedizione dei pistoni, utilizzati nella "Disfida dei Trombonieri" che si svolge all'inizio di luglio.
La festa si conclude con lo spettacolo pirotecnico dal Monte Castello e con lo spegnimento del "Santissimo Sacramento".
Monte Castello diventa, così, nella tradizione cavese, simbolo di fede religiosa e guerriera, che affascina e avvince i cavesi e tutti coloro che, incuriositi da questa celebrazione antica, si recano a Cava de' Tirreni.

